lunedì 5 marzo 2012

Intervista a Matteo Pellegrini

Articolo pubblicato su "LaRegione" di sabato 03.03.2012:

Unihockey nel regno delle Tre Corone. È una bella avventura sportiva – e umana – quella che sta vivendo, in Svezia, il giovane locarnese Matteo Pellegrini, classe 1996, promessa della disciplina.

L’atleta, sportivamente cresciuto nelle file dell’Unihockey Ascona e passato, su consiglio del suo allenatore, Philippe Soutter, coach del Verbano U16, alla corte dei “tigrotti” del Langnau (Canton Berna), dal 5 gennaio si è trasferito al Nord.

L’esperienza è senz’altro positiva nella sua crescita di atleta di punta. Portiere di ruolo, è confrontato con un modo di vivere l’unihockey davvero sorprendente. Matteo non è un professionista e non vive di solo agonismo: terminata la quarta media, ha deciso di dedicare un anno a questo bellissimo sport abbinandolo all’apprendimento delle lingue. Prima di partire per il Paese scandinavo è stato per un breve periodo ospite di una famiglia dell’Emmental, dove ha potuto allenarsi con squadre della regione e, nel contempo, fare pratica lavorativa in una falegnameria e in un garage.

Il campionato di Floorball svedese (così viene anche chiamato questo sport di squadra nato negli Stati Uniti negli anni 50 come mezzo d’allenamento per i giocatori di hockey su ghiaccio e diventato, presto, popolarissimo in Svezia, Svizzera e Finlandia) può essere paragonato alla Premier League inglese nel calcio.

Che emozioni si provano a giocare in un club scandinavo?

«Le emozioni sono grandi e derivano soprattutto dal fatto che conosco gente nuova in un ambiente che, per me, è tutto da scoprire».

Quali le principali differenze con la realtà svizzera?

«Se parliamo della gente, ho l’impressione che gli svedesi siano meno stressati rispetto a noi. Sportivamente parlando, invece, il gioco qui è sicuramente più veloce rispetto al campionato svizzero».

Qual’è stato il momento più difficile di queste prime settimane?

«Non nascondo un po’ di nostalgia del Ticino, dove ogni tanto vorrei tornare. Il principale problema che incontro qui in Svezia è quello di riuscire a comunicare con la gente del posto. È una lingua non facile da imparare».

Cosa fai quando non ti alleni?

«Ho diverse occupazioni: cucino, faccio la spesa, vado a spasso, pattino e faccio pure le pulizie di casa».

Il tuo sogno?

«È quello di ogni sportivo, di poter giocare nella nazionale rossocrociata».

Cosa deve fare, secondo te, l’unihockey svizzero per crescere maggiormente?

«In Ticino bisognerebbe arrivare presto a fusionare le squadre per creare sodalizi meglio strutturati. Servono anche più allenatori competenti. A livello nazionale, invece, è necessario accrescere il numero dei tesserati. Mancano giocatori per poter creare squadre e vivai più competitivi».

Quali sono le tue caratteristiche migliori in pista e gli aspetti dove invece dovresti migliorare?

«Le mie caratteristiche migliori sono legate alla velocità di movimento del busto. Inoltre riesco a rilanciare bene la pallina. Il mio punto debole è invece rappresentato dalle gambe: devo accrescere la forza per migliorarmi negli spostamenti all’interno dell’area di porta».

Al giovane portierino locarnese innamorato di questa disciplina e in cerca di una “consacrazione” la voglia di crescere non manca certo. I margini di miglioramento fanno ben sperare. Non resta che congedarci con un grosso “in bocca al lupo”.

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